3 febbraio 1959: “Il giorno in cui la musica morì”


Il 3 febbraio del 1959 è iniziato da pochi minuti. Le macchine, lungo la interstatale 35, corrono veloci. Passata la mezzanotte sono pochi i locali e i ristoranti di Clear Lake, Iowa, con le insegne ancora accese. Anche le luci della Surf Ballroom si sono appena spente, il concerto è finito. Fuori dal locale i musicisti che si sono appena esibiti si rilassano, scambiano quattro chiacchiere scherzando in tranquillità ora che la tensione da palcoscenico è alle loro spalle. La band è costituita da validi strumentisti. C’è ad esempio il cantante e chitarrista Jiles Perry Richardson Jr. detto “Big Bopper”, c’è il cantante Francis DiMucci detto “Dion”, c’è il chitarrista Tommy Allsup, c’è anche Waylon Jennings, che sarebbe poi diventato uno dei più celebri folksinger americani, ma che ora è solo un giovane bassista. Tutti musicisti in gamba e con grande talento. Ma due di loro sono qualcosa di più che rocker di belle prospettive, sono già delle star del firmamento della musica rock’ n’ roll : infatti Buddy Holly, il cantautore occhialuto del rock’n’roll, da tre anni fa già  impazzire i teen-ager americani con le sue filastrocche rockabilly con hits del calibro di  “Peggy Sue”, “Everyday”, “Oh Boy!” mentre Richard Steve Valenzuela, conosciuto come Ritchie Valens ha da poco cambiato la sua vita grazie  a “La Bamba”, una canzone tradizionale huapangomessicana vecchia di trecento anni, riletta in chiave chicano-rock e piazzata come lato B di un 45 giri (“Donna” / “La Bamba” pubblicato nel 1958 su Del – Fi Records– 4110), divenuta in poco tempo un successo planetario.

Eccoli qui, questi ragazzi del rock’n’roll. Età media ventitre anni, promesse indiscusse della musica imbarcate tutte insieme nel Winter Dance Party Tour, una frenetica tournée di ventiquattro date in tre settimane negli stati del Midwest degli Stati Uniti con tappe negli in Minnesota, Wisconsin, Iowa, Illinois, Kentucky ed Ohaio: debutto dello spettacolo il 23 gennaio 1959 nella Million Dollar Ballroom di Milwaulkeee chiusura il 15 febbraio 1959 nella Illinois State Armony di Springfield. Sono pressappoco a metà della fatica e le cose stanno andando molto bene: il concerto di quella sera è stato memorabile, il pubblico è impazzito.

Ma un imprevedibile e tragico evento si sta per abbattere sui giovani musicisti. Il pullman che sta portando in Tour gli Artisti  ha l’impianto di riscaldamento rotto. In Iowa, in pieno inverno, le temperature sono veramente rigide. La prossima tappa è prevista per il giorno successivo, il 4 febbraio 1959, nella sala The Armony di Moorhead, piccola cittadina di quarantamila anime nel  Minnesota, e Buddy Holly non ha per niente voglia di farsi cinquecento chilometri a bordo di quel frigorifero. La tournée sta girando alla grande, i soldi per fortuna non mancano di certo ai giovani Artisti, per cui la Band può permettersi qualcosa di meglio che un viaggio sul obsoleto autobus. Buddy quindi decide di affittare un piccolo aereo privato che li possa portare in poco tempo all’ aeroporto di  Fargo, a un tiro di schioppo dalla località del loro prossimo concerto, per poter così viaggiare più comodamente e poter quindi riposare al loro arrivo in un caldo letto di una stanza di albergo.

Mentre Ritchie Valens sta facendo pubbliche relazioni godendosi la sua buona fetta di successo  firmando autografi alle sue fan, Buddy Holly ha già contattato l’aeroclub locale, il Dwyer Flying Service. C’è un piccolo aereo disponibile, un Beechcraft Bonanza da quattro posti, compreso quello per il pilota: il giovane Roger Peterson, di ventuno anni.

Quindi tre posti per i passeggeri, sei musicisti a contenderseli. Il prezzo concordato per ciascun passeggero è di trentasei dollari. A questo punto bisogna stabilire chi si godrà la comodità del volo e chi dovrà invece farsi il lungo trasferimento su strada sul pullman-frigorifero. “Non ci provate neanche” dice Buddy agli altri  “Io ho rimediato l’aereo e io ci salgo sopra di sicuro”. Ed un posto è assegnato. Ne restano da assegnare ancora due. Dion DiMucci del gruppo Dion & The Belmonts, quarto nome in cartellone del Tour  insieme a Holly, “Big Bopper” e Valens rifiuta fin da subito di aggiudicarsi un posto  poiché ritiene il prezzo del biglietto troppo oneroso.  Ritchie Valens invece non ha mai volato su un aereo da turismo e pertanto chiede a Tommy Allsup di poterlo fare. Il musicista non è molto allettato dalla prospettiva di viaggiare in pullman, per cui propone al diciottenne cantante di Pacoima di giocarsi il posto sull’aereo a testa o croce con il lancio di una moneta. La scommessa, contrariamente a quanto narrato nei film che descrivono la tragedia, non avviene all’aeroporto poco prima della partenza dell’aereo, ma bensì è un disc-jokey,nella stessa Surf Ballroom al termine del concerto, a lanciare la moneta, decretando la vittoria dell’interprete de “La Bamba”.  Ed anche il secondo posto viene così assegnato. Jennings sceglie di cedere spontaneamente il posto a “Big Bopper” Richardson, febbricitante. “Già non ti senti bene. Se ti fai il viaggio a bordo di quella cella frigorifera arrivi a Moorhead con le corde vocali congelate” dice Waylon Jennings al suo compagno di band “Non possiamo permettercelo”. “Big Bopper” accetta senza fare tanti complimenti, e così anche l’ultimo posto disponibile per i passeggeri viene occupato. Buddy Holly si diverte a sfottere Jennings: “Ti congelerai le chiappe su quel bus, Waylon!”. “Vai a quel paese Buddy”risponde l’amico ridendo “Che possiate schiantarvi al suolo con quel trabiccolo”. Quella frase perseguiterà Jennings per tutta la vita.

L’una di notte del 3 febbraio è appena passata quando il Beechcraft Bonanza N3794N decolla dalla pista innevata dell’aeroporto municipale di Mason City, poco distante da Clear Lake, alla volta di Fargo. Ma all’aeroporto di Fargo il piccolo velivolo non sarebbe mai giunto. Cinque minuti dopo il decollo il proprietario del  Dwyer Flying Service vede le luci di segnalazione dell’aereo scendere minacciosamente e pericolosamente verso terra. La torre di controllo dell’aeroporto di Mason City tenta invano di mettersi in contatto con la cabina di pilotaggio del Beechcraft Bonanza. Subito dopo il decollo comincia a soffiare un vento gelido da nord-est. La neve cade fitta. Impossibile orientarsi a vista. A Roger Peterson non resta che affidarsi alla strumentazione di bordo, ma non è affatto esperto e, si scoprirà poi, non ha mai conseguito la certificazione necessaria per volare solo con gli strumenti. Il velivolo si inclina su un lato spostato da una forte raffica di vento. Troppo. Un’ ala colpisce il terreno. L’aereo comincia a carambolare sul suolo ricoperto di neve fino a quando non si sfracella definitivamente. Nessuno ha potuto assistere aI terribile impatto, la bufera di neve limita infatti il campo visivo a pochi metri. Dalla torre di controllo si attendono comunicazioni da parte di Peterson  in merito alle  manovre che sta compiendo, ma i tecnici dell’aeroporto non saranno mai contattati dal giovane pilota. Sono le 3.30 del mattino quando il Dwyer Flying Service viene contattato dai tecnici dell’ Hector Airport di Fargo per comunicare che non si hanno notizie del Beechcraft Bonanza N3794N.

Verso le 9.15 del mattino, una volta placatasi la bufera di neve, Dwyer decolla a sua volta con un piccolo aeroplano per ripercorrere la medesima rotta che si riteneva Peterson avesse seguito poche ore prima. Sono sufficientipochi minuti di volo per scorgere i resti del Beechcraft Bonanza N3794N che si era impattato sulle stoppie di un appezzamento di terreno coltivato a mais situato a soli otto chilometri a nord-ovest dell’aeroporto di Mason City.

A Carroll Anderson, il manager della Surf Ballroom, che al termine del concerto aveva condotto gli Artisti all’aeroporto di Mason City assistendo alla loro partenza con il piccolo aereo, toccò il triste e straziante compito dell’identificazione dei cadaveri. I corpi di Holly e Valens giacevano poco distanti dai relitti dell’aeroplano mentre quello di Richardson fu rinvenuto in un campo accanto a quello dell’impatto. Il corpo di Peterson restò invece incastrato tra le lamiere del Beechcraft Bonanza. Nessuno dei quattro passeggeri  sopravvisse al terribile incidente. Secondo i rilievi balistici effettuati dalle autorità competenti e le autopsie condotte sui corpi dei musicisti e del pilota, i quattro passeggeri trovarono morte istantanea nell’incidente a seguito delle numerose ferite e traumi riportati al capo.

L’inchiesta giudiziaria condotta subito dopo il tragico evento consentì di accertare che il disastro aereo fu dovuto ad una sfortunata combinazione di avverse condizioni meteorologiche abbinate ad un errore umano del pilota (il giovane ed inesperto Peterson, che si scoprì stava ancora perfezionando la preparazione per il volo notturno e con la sola consultazione della strumentazione di bordo) da imputare quasi sicuramente ad un disorientamento spaziale. La poca dimestichezza con la strumentazione di bordo abbinata alle cattive condizioni del tempo (tormenta di neve e forte vento) potrebbe avere indotto il pilota a credere di essere in fase ascendente anziché discendente.  Sempre secondo l’inchiesta delle autorità competenti il pilota non fu adeguatamente avvisato dai tecnici dell’aeroporto di mason City a proposito delle condizioni meteo che avrebbe incontrato durante la rotta.

Nell’ immaginario rock il 3 febbraio del 1959 è stato definito “The day that music died”, ovvero “Il giorno in cui morì la musica”. Nel 1971, molti anni dopo il tragico evento, un altro cantautore americano, Don McLean, dedicherà una canzone a quella giornata infausta: “American Pie”, uscita su 45 giri  – 50856 con “American Pie Part II” sul lato B, può entrare nel novero dei un brani mitici della storia del rock: una canzone di 8 minuti e 27 secondi dal testo piuttosto complicato, di cui neanche l’autore ha voluto precisarne il significato, in cui viene sviluppata e descritta  la storia del rock facendo molti riferimenti al 3 febbraio 1959. Negli U.S.A. la composizione di Don McLean raggiunse la vetta della Billboard Hot 100 per quattro settimane consecutive nel 1972.

Dei tre musicisti morti nel tragico incidente, la perdita più clamorosa è senza dubbio quella di Buddy Holly. La carriera discografica di questo giovane e talentuoso ventitreenne di Lubbock, Texas, è durata solamente tre anni (il suo primo singolo,“Love Me” / “Blue Days, Black Nights” edito su Decca – 29854, è del 1956) ma gli sono stati sufficienti per seminare i germi del rock ad uso e consumo di innumerevoli generazioni a venire. Dalle più oscure e sconosciute band ai Beatles ed ai Rolling Stones, tutti riconoscono il debito che hanno avuto nei confronti di Mr. Holly e del suo lascito artistico. Il suo look da bravo ragazzo, la libertà formale e le metriche dei suoi testi, la ricchezza degli arrangiamenti delle sue interpretazioni sono stati dei punti di riferimento presi come fonte di ispirazione e sviluppati da chi è venuto dopo di lui.

La storia del rock è caratterizzata purtroppo  anche da morti, suicidi leggendari e trapassi emblematici. Basti pensare a Elvis Presley, Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Sam Cooke, John Lennon… La scomparsa di Buddy Holly però ha qualcosa in più, perché è stata una delle prime, se non la primissima, quando la musica rock doveva ancora sprigionare tutto il suo incredibile potenziale mediatico e popolare. Come i maestri del rinascimento non hanno mai potuto vedere le tele degli impressionisti, come i drammaturghi elisabettiani non hanno mai conosciuto il teatro contemporaneo, così Buddy Holly e altri rocker degli anni Cinquanta (Eddie Cochran su tutti) se ne sono andati senza poter neanche intuire come e quanto si sarebbe sviluppata l’arte cui avevano contribuito a gettare le basi.

CURIOSITA’

Il concerto alla Surf Ballroom di Clear Lake, nello Iowa, non era inizialmente prevista nel Winter Dance Party Tour, per occupare la serata del 2 febbraio rimasta scoperta, gli organizzatori del Tour chiamarono Carroll Anderson, manager della Surf Ballroom, proponendo lo spettacolo. Questi accettò e quindi fu  fissata la data del 2 febbraio 1959.

Mai come in questa circostanza lo show business dimostrò tutta la sua insensibilità e cinismo: a seguito della tragica morte delle tre stelle di maggior spicco del Winter Dance Party, l’organizzazione optò di mantenere fede agli impegni presi e quindi per il prosieguo della Tournée. Nel giorno della stessa disgrazia, a meno di venti ore dal terribile incidente, nella sala The Armony di Moorhead si esibirono Bobby Vee & The Shadows, Dion & The Belmonts e Frankie Sardo. Per le rimanenti dodici date il Tour proseguì invece con le esibizioni di Ronnie Smith & The Crickets, Fabian & Frankie Avalon, Jimmy Clanton, Dion and the Belmonts e Frankie Sardo.

La vita, i successi ed il dramma di Buddy Holly sono stati portati sullo schermo dal film “The Buddy Holly Story” del 1978 di Steve Rashe e sui palcoscenici di West End (Londra) nel 1989 e di Broadway (New York) nel 1990 dal musical “Buddy – The Buddy Holly Story”.

Molte rockstar, influenzate dalla sua musica e dal suo estro, hanno inserito omaggi a Buddy Holly nei loro brani. Valga su tutte come esempio la canzone intitolata “Buddy Holly” dei Weezer, pubblicata su singolo il 7 settembre 1994, il giorno del cinquantottesimo compleanno del cantautore di Lubbock.  Il videoclip della canzone fu inserito tra i contenuti bonus del CD di installazione del sistema operativo Microsoft Windows 95.

I futuri Beatles John Lennon (voce e chitarra ritmica), Paul McCartney (armonie vocali e chitarra) e George Harrison (chitarra solista), quando ancora si chiamavano The Quarry Men, insieme a John ‘Duff‘ Lowe (pianoforte) e Colin Hanton (batteria) fecero una cover di “That’ ll Be the Day”in una registrazione casalinga, che appare nell’ “Anthology 1” pubblicata in CD (Apple CDP 7243 8 34445 2) nel novembre del 1995. Inoltre, nel loro quarto album “Beatles For Sale”, uscito in Gran Bretagna il 4 dicembre 1964, è presente una cover di un brano di Holly, “Words of Love”, mentre “I’ ll Follow The Sun” è ispirata alla morte del rocker di Lubbock.

Anche l’origine del nome Beatles è in qualche modo connesso a Buddy Holly. Infatti il gruppo scelse un nome che si avvicinasse a quello dei Crickets (Grilli) gruppo di spalla di Buddy. Stuar Sutcliffe pensò al nome Beetles (Scarafaggi) e John Lennon cambiò una delle “E” con una “A”.

Norman Petty, il manager di Holly, regalò a Paul McCartney i gemelli che Buddy indossava quando morì.

Paul da sempre è stato un  grandissimo fan di Holly e la sua MPL Communication è riuscita ad acquistare il catalogo musicale di Buddy Holly che comprende circa 38 composizioni. Dal 1976 Paul cominciò ad organizzare per l’anniversario della sua nascita (7 settembre 1936) una Buddy Holly Week ogni anno. La vedova di Holly, Maria Elena Santiago, dichiarò “Paul mi disse che Buddy aveva avuto una grande influenza sulle sue prime composizioni, più di qualsiasi altro cantante. Fu molto gentile ed apprezzai le sue parole”.

John Lennon rese omaggio a Buddy Holly nel suo album del 1975 “Rock’ n’ roll”, in cui interpretò “Peggy Sue”, che andò ad occupare la seconda traccia del lato B del LP. In una sua intervista John affermò inoltre che : “Il primo pezzo che imparai a suonare fu “That’ll Be Today” di Buddy Holly”.

Il cantautore americano James Taylor ha riarrangiato “Everyday” di Buddy Holly, trenta anni dopo la sua composizione, in modo impeccabile evidenziando ancora una volta l’estro innovativo e mirabile dell’artista prematuramente scomparso.

La vita,la breve carriera e la tragica morte di Ritchie Valens furono portate sullo schermo nel 1987 con il biopic “La Bamba” di Luis Valdez.

Nel 2007, a distanza di quarantotto anni, il figlio di “Big Bopper” ha richiesto ed ottenuto che sul corpo del padre venisse compiuta un’autopsia supplementare per verificare l’attendibilità dell’esito della perizia necroscopica compiuta nel 1959 nei giorni immediatamente successivi all’incidente. La richiesta è stata fatta anche per fare piena luce sull’eventualità che a bordo dell’aereo vi sia stata una esplosione accidentale causata da un proiettile partito dallarivoltella calibro 22 appartenuta a Buddy Holly, e trovata due mesi dopo la data dell’incidente nel campo in cui avvenne il disastro. Si voleva inoltre accertare se Richardson si fosse allontanato in qualche modo con le proprie gambe dal luogo dell’impatto, considerato che il suo corpo non fu rinvenuto nelle immediate vicinanze del relitto dell’aereo, e quindi accertare se fosse effettivamente morto sul colpo anche lui o se con dei soccorsi tempestivi si sarebbe potuto salvare. L’autopsia del 2007 confermò l’esito di quella precedentemente svolta nel 1959: il corpo di Richardson risultava in buono stato di conservazione sebbene presentasse molteplici fratture, tali da confermare la sua morte istantanea.

Di seguito un video che riproduce quella che poteva essere l’atmosfera che si respirava alla Surf Ballroom di Clear Lake quella tragica sera del 2 febbraio 1959, poche ore prima del tragico incidente aereo, ma è così che vogliamo ricordare Big Bopper con “Chantilly Lace”, Ritchie Valens con “La Bamba” e Buddy Holly con “Not Fade Away”.

BIBLIOGRAFIA:

“Enciclopedia Rock Anni ‘50”, Progetto di Riccardo Bertoncelli, A cura di Gianni Del Savio e Augusto Morini, 1995, Aries/Arcana Editrice, Padova;

“Il Giorno In Cui Il Rock E’ Morto”, Chuck Klosterman, 2006, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a., Milano;

“La Storia Del Rock, Volume 1 Be Bop A Lula”, Carmelo Genovese, 2006, Editori Riuniti, Roma;

“Tragedie e Misteri Del Rock’ n’ Roll”, Michele Primi, 2013, De Agostini Libri S.p.A., Novara;

“La Storia Del Rock”, Ezio Guaitamacchi, 2014, Ulrico HoepliEditore S.p.A, Milano;

https://it.wikipedia.org .